Giorgio Mercandelli vini Riluce

Giorgio Mercandelli, mito e rito

aprile 17th, 2018 Gli Affini

Il mito è lo strumento adatto per conoscere Giorgio Mercandelli e ogni mito ha bisogno di un rito. Il vino è il rito che Giorgio Mercandelli ha scelto per manifestarsi.

Una riflessione a cura di Eugenio Barbieri  sui vini di Giorgio Mercandelli. Buona degustazione letteraria!

 

Nel 1926, Albert Einstein scrisse: «Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato».

Questa affermazione riassume, in una sola riga di testo, le rigide regole dell’approccio scientifico al raggiungimento della verità: la verità scientifica, quella che è stata codificata da Galileo Galilei.

Tutti noi dovremmo avere un secondo cognome: Galilei. perché tutti noi consideriamo la verità scientifica come la Verità. La verità assoluta, quella che non ha bisogno di aggettivi per essere qualificata. Osservo che in questo ambito il contrario di “vero” non è “falso”. Certamente esistono affermazioni evidentemente false, ma un’affermazione non dimostrabile attraverso il metodo scientifico non è necessariamente falsa. Potrebbe per esempio essere dimostrabile in un prossimo futuro, diventando vera fra qualche tempo. Quindi il contrario di “vero” è, al limite, “temporaneamente non vero”.

In sostanza, la verità scientifica è un enorme contenitore virtuale che si riempie man mano che riusciamo a dimostrare le nostre affermazioni (certamente, non sarà mai grande a sufficienza per contenere il Divino, indimostrabile per definizione); ciò che è fuori da questa scatola oggi, potrebbe entrarvi domani.

Certamente, oggi, Giorgio Mercandelli è fuori da questa scatola. Se utilizziamo il metodo scientifico per conoscere Giorgio, sbagliamo strumento; è come se volessimo utilizzare gli occhiali per amare.

Immaginiamo, per un istante, che Platone affermasse il vero:  che, quando abbiamo raggiunto il limite di indagine proprio del pensiero razionale uno strumento alternativo per cercare di approssimare la verità fosse il mito, nel suo significato etimologico di parola, di narrazione sacra.

La verità raggiunta col mito è una verità di fede, che non ha bisogno di una dimostrazione. Bronislaw Malinowski, in tal senso, scriveva: «Il mito non è una spiegazione che soddisfi un interesse scientifico ma la resurrezione, in forma di narrazione, di una realtà primigenia che viene raccontata per soddisfare profondi bisogni religiosi, esigenze morali». Questo è possibile perché il mito ha due caratteristiche che lo rendono trascendente: ha una forte connotazione simbolica ed ha un alto valore estetico. Sant’Agostino, uno dei più grandi geni dell’umanità, padre fondatore della nostra cultura, scriveva, con grande “semplicità”: «Non uscire da te stesso, rientra in te: nell’intimo dell’uomo risiede la verità».

Ecco, se Platone, Malinowski e Sant’Agostino avessero ragione, il mito è lo strumento adatto per conoscere Giorgio; anzi, Giorgio, attraverso il proprio racconto, trasforma sé stesso in mito, divenendo mito tout court. Dunque, non ha alcuna importanza il fatto che le sue parole siano vere, false o temporaneamente non vere, perché il loro valore è altro.

Ma quale? Come in un film le immagini del racconto hanno una precisa sequenza, volta a creare in noi emozioni, così in un mito le immagini del mondo sono sapientemente ordinate per infondere in noi un profondo senso di rassicurazione. Questo è il valore cui mi riferivo: quello della rassicurazione.

Come può il mito rassicurare? Il verbo “rassicurare”, nel suo significato di tranquillizzare, ha la stessa etimologia di “curare”; il mito ha un potere curativo, è dotato di un “principio attivo” ansiolitico. Il mito è una verità sintomatica, da utilizzare quando la verità causale non è efficace per trovare spiegazioni. È come se, attraverso il mito, si arrivasse ad una forma di conoscenza “superiore” alla realtà stessa; credo che, questo, fosse il pensiero di Cesare Pavese.

Osservo il mondo attraverso gli occhi di Giorgio e colgo il senso di ciò che scrisse un filosofo del passato. «Il mondo stesso lo si può chiamare mito, in quanto corpi e cose vi appaiono, mentre le anime e gli spiriti vi si nascondono». Capisco che non tutto ciò che è invisibile è mistero. E, questo, mi rassicura.

Ogni mito ha bisogno di un rito; il rito serve per rendere contingente il mito e per tradurlo in un’esperienza collettiva e fuori dal tempo. Il vino è il rito che Giorgio Mercandelli ha scelto per manifestarsi.

Il rito gode delle stesse proprietà del mito, del quale è espressione universalmente tangibile. Come le categorie del “vero” e “falso” non sono proprie del mito, allo stesso modo non ha alcun senso riferire i gesti e le azioni del rito alle categorie di “causa” ed “effetto”.

Non ha alcun senso riferire il vino di Giorgio al vitigno, al territorio, al clima. Non ha alcun senso percepire il vino di Giorgio attraverso i descrittori gusto-olfattivi, i parametri chimico-fisici.

Quando bevo il vino di Giorgio bevo Giorgio stesso, percepisco il valore del rito. E comprendo che questo vino è il rito che cercavo. E questo mi rassicura.

Eugenio Barbieri.

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